La certificazione di parità di genere è il riconoscimento, rilasciato da un organismo accreditato, che un’organizzazione rispetta i requisiti della prassi UNI/PdR 125:2022. È stata introdotta dalla Legge 162/2021 e in pochi anni è diventata molto diffusa: secondo Accredia, a settembre 2025 i siti certificati in Italia erano 38.652, con 62 organismi di certificazione accreditati.
Come funziona la valutazione
La prassi valuta l’organizzazione su sei aree, ciascuna con un peso diverso:
- Cultura e strategia: 15%.
- Governance: 15%.
- Processi HR: 10%.
- Opportunità di crescita e inclusione delle donne in azienda: 20%.
- Equità remunerativa per genere: 20%.
- Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro: 20%.
Per ogni area sono previsti indicatori, i KPI, in parte quantitativi e in parte qualitativi. Per ottenere la certificazione serve un punteggio complessivo di almeno il 60%.
Le novità delle FAQ 2026
Nel 2026 UNI e Accredia hanno pubblicato una nuova edizione delle FAQ sulla prassi, vincolante per gli organismi di certificazione. Chiarisce come vanno interpretati diversi KPI e riduce le differenze di valutazione tra un organismo e l’altro.
Un esempio che riguarda molte aziende è il KPI 5, sulla formazione: risulta soddisfatto solo se nell’ultimo biennio l’organizzazione ha realizzato interventi formativi sulla parità di genere rivolti all’intera popolazione aziendale. Non basta quindi formare HR e management: servono evidenze nominative per tutte le persone.
Quanto costa la certificazione
Il costo non è fissato per legge e varia molto. Dipende da tre fattori:
- Le dimensioni e la complessità dell’organizzazione, che determinano le giornate di audit.
- L’organismo di certificazione scelto, perché le tariffe sono libere.
- Il lavoro di preparazione necessario: policy, piano strategico, raccolta dei dati, formazione.
Il modo più affidabile per stimarlo è partire da un’autovalutazione sui KPI, che mostra in quali aree l’azienda è già pronta e dove serve lavoro.
Quanto dura e come si mantiene
La certificazione dura tre anni, con audit di sorveglianza annuali. È un punto spesso sottovalutato: ottenerla è solo il primo passo, perché ogni anno l’organismo verifica che i requisiti siano ancora rispettati e che il piano di miglioramento vada avanti. Per questo la formazione non si esaurisce prima dell’audit iniziale, ma accompagna tutto il triennio.
I vantaggi
- Esonero contributivo: le aziende certificate possono accedere, secondo le regole INPS, a un esonero fino all’1% dei contributi a carico del datore di lavoro, entro 50.000 euro l’anno.
- Gare d’appalto: la certificazione dà punteggi premiali nelle procedure pubbliche.
- Reputazione: verso clienti, candidati e investitori, sempre più attenti ai temi sociali.
- Processi HR più solidi, utili anche per i nuovi obblighi di trasparenza salariale del D.Lgs. 96/2026, visto che l’equità retributiva è già una delle sei aree valutate.
Il percorso passo per passo
- Autovalutazione sui KPI.
- Definizione della politica per la parità di genere e del piano strategico.
- Formazione delle persone coinvolte e raccolta delle evidenze.
- Scelta dell’organismo accreditato.
- Audit in due fasi: esame documentale e visita in sede.
- Audit di sorveglianza annuali e rinnovo al terzo anno.
Gli errori più frequenti prima dell’audit
Il primo errore è trattare la certificazione come un progetto dell’ufficio HR. Molti KPI riguardano la direzione, la governance e il modo in cui lavorano i manager: se queste figure non sono coinvolte fin dall’inizio, le evidenze restano sulla carta.
Il secondo è concentrare tutto nelle settimane prima dell’audit. Politiche scritte in fretta, formazione erogata a ridosso della verifica, dati raccolti all’ultimo momento: gli auditor se ne accorgono, anche parlando con le persone. Il terzo è dimenticare che dopo il primo audit arrivano quelli di sorveglianza, con la verifica dei progressi sul piano strategico. Chi si organizza per il triennio fin dall’inizio fa meno fatica e ottiene risultati più solidi.
Il ruolo della formazione nei KPI
La formazione non è solo il contenuto del KPI 5: attraversa tutta la prassi. Una politica sulla parità di genere funziona se i manager la conoscono, un processo di selezione neutro regge se chi seleziona sa riconoscere i propri bias, le misure per la genitorialità vengono usate se i responsabili non le vivono come un problema. Per questo conviene progettare un percorso formativo unico, con contenuti diversi per ruolo, invece di interventi isolati.
Anche la documentazione conta. In audit servono registri nominativi, contenuti, date ed esiti: una formazione erogata ma non tracciata, per l’organismo di certificazione, è come se non fosse avvenuta.
Chi coinvolgere in azienda
Un percorso di certificazione funziona quando ha un responsabile chiaro e un gruppo di lavoro che rappresenta le diverse funzioni. Di solito ne fanno parte la direzione, l’HR, chi si occupa di amministrazione e retribuzioni, un rappresentante dei manager di linea e, dove presenti, le rappresentanze dei lavoratori. Il comitato guida, previsto dalla prassi, ha il compito di seguire il piano strategico e monitorare gli indicatori nel tempo.
In sintesi
La certificazione di parità di genere UNI/PdR 125 valuta sei aree con pesi diversi e richiede un punteggio minimo del 60%. Dura tre anni, con audit annuali, e il costo dipende da dimensioni, organismo scelto e preparazione necessaria. Con le FAQ 2026 la formazione di tutta la popolazione aziendale nell’ultimo biennio diventa un requisito verificato. I vantaggi comprendono l’esonero contributivo previsto dalla legge, punteggi premiali negli appalti e processi HR più solidi, utili anche per la trasparenza salariale.
Domande frequenti
La certificazione di parità di genere è obbligatoria?
No, è volontaria. È però sempre più richiesta nelle gare pubbliche e da grandi clienti.
Le piccole imprese possono certificarsi?
Sì. La prassi prevede modalità di applicazione proporzionate alle dimensioni dell’organizzazione.
La certificazione vale per tutta l’azienda?
Si certificano i siti dell’organizzazione indicati nella domanda: per questo Accredia conta i siti certificati e non solo le aziende.
Quanto tempo serve per ottenere la certificazione?
Dipende dal punto di partenza. Un’azienda che ha già dati e politiche strutturate può arrivare all’audit in pochi mesi, mentre chi parte da zero deve mettere in conto un periodo più lungo per raccogliere le evidenze e far entrare le nuove regole nella pratica quotidiana.
Il corso collegato: il catalogo UNI/PdR 125 di Fair Place accompagna comprensione, ottenimento e mantenimento della certificazione, con una formazione che raggiunge tutta la popolazione aziendale e aiuta a soddisfare il KPI 5.
Fonti da linkare: UNI/PdR 125:2022; FAQ UNI-Accredia 2026; Accredia; Legge 162/2021; INPS.


